
L’estate in cui ho smesso di amare mio padre inizia con una brochure che non sta più insieme. L’ho aperta e ripiegata così tante volte che si è consumata lasciando i fogli aggrappati a uno smilzo lembo di carta. Ma non importa perché presto raggiungeremo il campeggio Ultimo Sole e il suo gigantesco groviglio di scivoli che si tuffa dritto in mare.
Siamo in viaggio sulla nostra Ritmo bianca, mio padre al volante e mia madre accanto con la borsa frigo e i panini al prosciutto tra le mattonelle refrigeranti Giostyle. Poi ci sono io e c’è mia sorella con una gamba ingessata e il broncio. In coda la roulotte Adria. Mio padre si accende una Merit e mette fine alla lite rituale sulla scelta tra le musicassette, sempre le stesse, che sono la colonna sonora delle nostre estati: Battisti, Dalla, Nannini, la compilation del Festivalbar ‘95 di mia sorella e l’imbarazzo di sentire le parole “tettine” e “sesso” in Freak di Samuele Bersani davanti ai miei genitori.
Tutte le bambine sono innamorate del proprio padre. Un amore destinato a trasformarsi presto in odio ma non per me, non ancora, perché in vacanza al campeggio Ultimo Sole mio padre vincerà il torneo di freccette e braccio di ferro e taglierà il gesso di mia sorella, liberandole la gamba dopo trentacinque giorni di cattività, tra le risate e il disgusto per la puzza di pelle malsana e il terrore di mia madre che possa ferirla con quel coltello da cucina. No, non c’è bisogno di andare in ospedale, perché ci pensa lui.
