«Sei pronta DeeDee?» mi aveva chiesto Fausto, sulla soglia della sala riunioni della Woland Corporation, togliendomi il berretto e spostando i capelli di lato, per mostrare la metà del mio cranio che mi avevo rasato – proprio come in quelle vecchie foto di Guenda – quella notte stessa. 


«Chi è Guenda?» avevo chiesto, sfiorandogli il tatuaggio con inciso quel nome, con le dita.
«Una che è morta» aveva risposto. 
«Suonavamo insieme – proseguì – vivevamo insieme, dormivamo insieme e facevamo sesso, sogni, progetti insieme, ma poi ha deciso che era meglio morire piuttosto di realizzare quei sogni con me, fare sesso con me, vivere e suonare con me» disse forzando uno dei suoi sorrisi da clown stronzo, ma fallendo nel tentativo di sembrare divertente. 
«Forse perché, per lei, io non ero abbastanza speciale e d’altronde nulla lo era per la mia Wendy. O meglio, era tutto così straordinariamente bello o doloroso per cui, alla fine, ogni cosa risultava troppo difficile da gestire. Per Guenda era tutto troppo o troppo poco e ha deciso di non essere niente».
Nel dirlo si era alzato dal letto per poi tornare con una vecchia rivista cartacea in mano. Sulla prima pagina che faceva anche da copertina, ed era della medesima carta sottile e ingiallita di ogni pagina, vi era un collage di foto tra cui spiccava l’immagine di una ragazza sul palco rasata a zero per metà cranio e con lunghissimi capelli rossi che le cadevano giù fino alla spalla destra. Urlava in quello che doveva essere un vecchio dispositivo voce – un microfono – che fino agli anni Venti era stato usato per amplificare la voce durante le esibizioni in diretta di musica suonata dal vivo. 

«Sei sicura di quello che stiamo facendo, DeeDee?» mi aveva domandato con il rasoio in mano.   
«DeeDee?» chiesi.
«DeeDee. Non ti piace come soprannome? Ne avevamo tutti uno, ai tempi. Il cognome era qualcosa che non ci apparteneva davvero e se lo si usava era per storpiarlo in qualche modo grottesco e unico. 
Ho avuto amici e amanti con cui ho vissuto, suonato e lottato per anni e ne ignoravo il nome e il cognome, perché smettevamo di essere il figlio dell’operaio o il figlio del banchiere. Smettevamo di essere quello che viveva nelle case popolari o nel quartiere residenziale. Non eravamo più lombardi o siciliani. Eravamo parte di una famiglia tribale che non teneva conto di chi fosse tuo padre e che lavoro svolgesse tua madre. E così avevamo nuovi nomi. Nomi che raccontavano qualcosa di te e, la maggior parte delle volte, raccontavano qualcosa di molto imbarazzante, divertente ed epico. 

Io ero Fausto detto Panatta, eppure non ho mai giocato a tennis in vita mia, ma quando avevo circa quindici o sedici anni, mi capitò di trovare questo borsone sull’autobus – raccontò mimando con le braccia nude l’ingombro di quella borsa e guardando il vuoto tra le mani, come se fosse ancora in grado di vederla, lì, sotto i suoi occhi –  pieno di vestiti puzzolenti e una racchetta. “Il tennis è roba da ricchi” penso, e cerco di barattare quella roba per del fumo al parchetto del paesino di merda in cui vivevo. Da lì gli spaccini hanno cominciato a chiamarmi Panatta, “Panatta che vuole un panetto di fumo” chiosarono e basta, quel nome non me lo sono più staccato di dosso, come un odore, come una pisciata territoriale riconoscibile senza bisogno di parlare» 
«Ti chiami Dorotea D.? DeeDee! Come Dee Dee Ramone o come le iniziali incise sul tuo dispositivo occhio-orecchio aziendale che indossi con tanta fierezza? Nessuno lo saprà, perché è un nostro segreto. Qualcosa che sappiamo io e te e che nessuno all’infuori della nostra famiglia tribale, può vedere o comprendere»
«Oppure DeeDee, come Dorotea Disastro? Sembra il nome perfetto per una poetessa punk o per una cantante di una band» avevo azzardato. 
«Bellissimo! Dorotea Disastro detta DeeDee! Ho fatto proprio bene ad assumerti, sei brava!» disse prendendomi la faccia tra le mani e scoccando un bacio rumoroso sulla fronte, cominciava a piacermi questo… toccarsi. 

 «Guarda! Questa era la mia di band al completo» aveva detto, indicando due pagine piene di foto e parole all’interno di un’altra fanzine ingiallita.
«Noi eravamo i This machine: Guenda alla voce, Giulio alla chitarra, io alla batteria e Monica al basso».
«Ma è lei la donna della metro, quella con la gallina, sai? Come è possibile? L’ho incontrata proprio prima di venire da te!» gli dissi incredula. 
«Incredibile! Non è cambiata di una virgola allora e il fatto che tu l’abbia incontrata proprio oggi, venendo qui da me, non può essere una coincidenza! Il fato sta cercando di dirci qualcosa – disse alzandosi in piedi sul letto, calpestando le riviste e alzando le mani come durante le meditazioni – Cosa hai da dirmi, destino? Perché hai messo questa enfant prodige dell’analisi dei sentimenti e quella rimbambita kamikaze di Monica sulla mia strada? Quale mistero si cela dietro a tutto ciò, dammi un segno, crudele e oscuro destino ma, soprattutto, quale ruolo ha quella scatoletta di mousse per gatti?»
«Posso sapere cosa stai facendo e a chi stai parlando?» chiesi.
Fausto mi guardò perplesso e un po’ deluso. 
«Dobbiamo lavorarci su questo, ok? Questo tuo essere così respingente ad ogni cosa che non può essere misurata e calcolata, mannaggia, sei così… seria. Dovevi vederti! Era una scena divertente e del tutto priva di logica, tu che entri in casa mia con una scatoletta di pesce sintetico frullato in mano, tutta zuppa come una gattina randagia e quell’espressione da monitor del parchimetro!»

Lo stava facendo ancora. Si stava prendendo gioco di me. Imitò persino il mio volto e la mia rigidità espressiva, dicendo “miao”. Ed  io provai qualcosa che ai tempi mi era difficile spiegare e capire. Qualcosa che mi riportò all’infanzia e agli scherzi che mi faceva mio padre o a mia madre che mi metteva la crema balsamica sul petto per calmare la tosse, ma mi faceva il solletico e ridevo, ridevo forte nel vedere ridere mia madre e anche quella sera, davanti a Fausto nudo che diceva “miao” imitando la mia espressione di qualche ora prima, lo feci… mi mise a ridere anch’io! E non riuscivo a smettere. Più cercavo di trattenere questa violenza che mi sconquassava il petto e mi toglieva il respiro, mi deformava la faccia fino a far male e mi faceva lacrimare, piegandomi su me stessa in cerca di placare quella che dall’esterno assomigliava ad una danza tarantolata o corrente elettrica che attraversa il corpo folgorato da un fulmine. E più ridevo, più Fausto persisteva nel portare in atto la messinscena, dire “miao”, muovere la sua mano stretta in un pugno come zampette di un gatto,  fingere di lavarsi la testa e il muso. Mise fine al mio tormento, strusciandosi su di me, facendo le fusa, mordendomi il collo e trasformando lo scherzo in un gioco per grandi, con la voglia di darmi e ricevere ancora piacere dipinta negli occhi e scolpita in mezzo alle gambe.  Ormai la luce dell’alba illuminava tutta la stanza e l’intera città, svelando ciò che avevo perso negando il sentire del ventre, i battiti della notte, la verità dei sospiri e del proprio sudore mischiato a quello di un altro. 

Mi svegliai ancora ubriaca, con la testa rasata ed un’idea. 

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